Rosehearty nasce nel 2006 come terza unità della serie di 56 metri di Perini Navi e come trentaseiesimo sailing yacht consegnato dal cantiere. All’epoca portava il nome Audace, ma il suo interesse va oltre il posto occupato nella cronologia della flotta. Questo ketch rappresenta infatti uno dei momenti nei quali una piattaforma già consolidata viene utilizzata per introdurre nuove soluzioni, senza alterare quell’equilibrio tra grandi dimensioni, navigazione a vela e comfort che aveva contribuito a definire l’identità Perini Navi.
Evolvere senza cambiare carattere
La serie Perini Navi di 56 metri non nasce con Rosehearty, e proprio questo rende il progetto interessante. Il punto non era ripartire da zero, ma far evolvere una formula già sperimentata. L’architettura navale sviluppata da Perini Navi insieme a Ron Holland lavora quindi su struttura, distribuzione dei pesi ed efficienza velica mantenendo riconoscibili proporzioni e impostazione generale della serie.
Lo scafo è realizzato in alluminio con una costruzione alleggerita e un dislocamento di circa 486 tonnellate. Su uno yacht di 56 metri questo lavoro sulla massa non riguarda soltanto le prestazioni, ma influenza anche il comportamento della barca sotto vela e il modo in cui grandi volumi destinati alla vita a bordo possono convivere con una navigazione ancora autenticamente velica.
1.560 metri quadrati sopra il ponte
Rosehearty è configurato come ketch, con due alberi in alluminio e una superficie velica complessiva di circa 1.560 metri quadrati. È una quantità di tela che aiuta a comprendere la scala del progetto, ma anche la complessità che comporta gestire le vele su un superyacht di queste dimensioni.
Da qui emerge uno dei temi centrali della filosofia Perini Navi: non eliminare il piacere della vela attraverso l’automazione, ma utilizzare la tecnologia per rendere gestibile una superficie velica che, con sistemi convenzionali, richiederebbe operazioni molto più complesse e un numero maggiore di persone coinvolte nelle manovre.
Due boma in carbonio che segnano un passaggio tecnologico
È proprio sull’attrezzatura velica che Rosehearty introduce uno degli elementi più significativi della propria storia. Fu il primo yacht Perini Navi dotato di due boma avvolgibili in fibra di carbonio progettati e realizzati internamente dal cantiere.
I boma furono laminati utilizzando tecnologia SPRINT e processi sotto vuoto e dotati di motori elettrici personalizzati con encoder e drive. Dietro una soluzione apparentemente molto tecnica c’è un obiettivo concreto: aumentare precisione e affidabilità durante la gestione delle vele.
È un dettaglio che racconta bene come, sui grandi sailing yacht, l’innovazione non debba necessariamente essere visibile. Spesso è nascosta nei sistemi che consentono a una barca di queste dimensioni di conservare una relazione reale con la vela.
Christian Liaigre e una diversa idea di eleganza
Se la parte tecnica è strettamente legata all’esperienza Perini Navi e Ron Holland, gli interni portano la firma del designer francese Christian Liaigre.
Il suo linguaggio evita l’ostentazione e lavora invece su proporzioni, materiali e equilibrio degli ambienti. Perini Navi descrive gli interni di Rosehearty come una sintesi tra design contemporaneo e tradizione marinara, costruita per una permanenza prolungata a bordo piuttosto che per un semplice effetto scenografico.
È una distinzione importante. Su un sailing yacht concepito anche per lunghe navigazioni, l’interno non è soltanto uno spazio da mostrare, ma un ambiente destinato a essere abitato realmente per giorni o settimane. L’eleganza, in questo caso, passa anche dalla capacità di non stancare.
Quando tecnologia e tradizione non sono opposti
A quasi vent’anni dal varo, Rosehearty permette di osservare con una certa prospettiva un periodo dell’evoluzione dei grandi yacht a vela. Il progetto nasce quando automazione, materiali compositi e sistemi di controllo stavano aumentando rapidamente le possibilità tecniche delle imbarcazioni di grandi dimensioni, ma senza che questo dovesse necessariamente trasformarle in oggetti distanti dalla cultura della vela.
È forse proprio questo equilibrio a renderlo ancora interessante. Lo scafo in alluminio alleggerito, i boma in carbonio, la gestione evoluta delle vele e l’attenzione alla distribuzione dei pesi non sono elementi indipendenti, ma parti di una stessa ricerca: permettere a un yacht di 56 metri di mantenere il carattere di un sailing yacht.
Rosehearty e il piacere della grande vela
Con Rosehearty il Mediterraneo può essere letto non semplicemente come uno scenario, ma come uno degli ambienti nei quali un ketch di queste dimensioni trova naturalmente il proprio ritmo. Lunghe navigazioni si alternano alle soste in rada, mentre la tecnologia rimane prevalentemente dietro le quinte e lascia alla vela, agli spazi e al rapporto con il mare il ruolo principale.
Non è quindi soltanto la dimensione a definire Rosehearty. La sua identità emerge dal modo in cui Perini Navi ha cercato di conciliare potenza velica, sistemi di gestione avanzati, grandi volumi e un’eleganza volutamente misurata.
Un progetto del 2006 che oggi racconta anche un passaggio della storia del superyacht a vela italiano, quando innovare significava soprattutto rendere possibile qualcosa di molto complesso senza farne percepire continuamente la complessità.
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Perini Navi, Rosehearty
19 Agosto 2026
© Redazione MED Yachting
Rosehearty, 56 metri dove innovazione e vela si incontrano
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